Chi siamo e cosa mangiamo? La risposta è antropologica

by • 6 dicembre 2009 • cibo e culturaComments (1)1686

20090721_cottook“Il rapporto degli uomini con l’alimentazione è analogo, per molti versi, al rapporto che essi hanno con il linguaggio”. E’ una delle prime frasi di “Si fa presto a dire cotto” di Marino Niola, antropologo, divulgatore, docente, “un genio” secondo un amico giornalista (e anche secondo me). Il prof. Niola ha capito bene ciò che tanti suoi e nostri colleghi, abbottonati negli schemi della cultura tradizionale, non hanno ancora capito: e cioè che la cucina è costituita da una stratificazione di simboli e pratiche fondamentali nella storia di un popolo. Una cosa molto seria quindi, non una roba da donnine impegnate solo a spadellare.
Il libro è contenuto per il numero di pagine, molto scorrevole, di facile lettura e a tratti divertente per le scoperte che fa fare in materia di alimentazione. Niola lo ha presentato qualche giorno fa alla Città del Gusto di Roma e anche lì ha dimostrato di essere un moderno comunicatore oltre che uno dei migliori cervelli del nostro paese.
Il suo intervento si è concentrato sul lievito con un interessantissimo (soprattutto di questi tempi cupi) parallelismo tra la funzione del lievito e quella dello straniero.
Il lievito infatti costituisce un elemento di alterazione e fermentazione nel pane paragonabile al ruolo che lo straniero assume nelle società, insieme disturbo e alleggerimento, fermento e strumento di crescita. Il lievito è poi stato nel corso dei secoli anche un’arma di socialità: pensate allo scambio familiare che si faceva della pasta madre passata tra parenti e amici. Un ruolo da non sottovalutare, soprattutto se si risale alla radice della parola pane che è la stessa della parola compagno.

Durante la presentazione, Niola ha fatto ricorso alla sua profonda conoscenza dei linguaggi anche per rispondere alla domanda di una lettrice: “Secondo lei la cucina è arte o artigianato?”. Senza colpo ferire (a differenza di Antonio Gnoli di Repubblica – che ha introdotto la presentazione – evidentemente sdegnato dal solo pensiero di un paragone tra cucina e arte), l’antropologo napoletano ha semplicemente evitato manicheismi (mi ha fatto venire in mente il “cerchiamo sempre ciò che ci unisce, mai quello che ci divide” di papa Roncalli), ricordando che arte e artigianato hanno la stessa radice linguistica, che, tra l’altro, condividono anche con il termino rito. Ditemi voi se la cucina non è tutte queste cose insieme: arte, artigianato e rito?

Si fa presto a dire cotto. Un antropologo in cucina, di Marino Niola
Il Mulino, 160 pagine, 12 euro.

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