mangiare italiano a Dublino: vi presento Eileen Dunne

by • 11 gennaio 2010 • Tendenze culinarieComments (16)7799

Vi racconto la storia di Eileen Dunne, 52 anni, irlandese, proprietaria insieme a suo marito Stefano Crescenzi di ben4641_1015720688925_1702322169_26762_6938572_n undici ristoranti italiani, sparsi tra Dublino e provincia. Il quartier generale è Dunne&Cresecenzi, il primo ristorante aperto dalla coppia nel lontano ’98, nel cuore della capitale dell’Eire. Donna d’affari, mamma e moglie, Eileen è una grande appassionata di gastronomia italiana. Ma a questi livelli mai di sola passione si tratta. Lavoro, fatica e ricerca sono gli ingredienti del successo di questa task-force di famiglia. La sua è una storia che mi colpisce, come sempre accade quando qualcuno guarda al nostro universo culturale da fuori, e ci entra dentro, lo approfondisce, lo ama e lo fa suo. Come Eileen.

Tutto comincia in Italia, dove arriva per studiare all’Accademia delle Belle Arti di Roma. E’ il 1976.  “Io all’epoca avevo uno strano rapporto con il cibo – mi racconta ridendo – la nostra cucina era scarsa e mia madre non era esattamente una cuoca provetta.  Ero magrissima. Invece qui tutto aveva un aspetto bello, fresco, colorato, cotto al punto giusto. E così mi sono ingrassata!”. Poi è arrivato Stefano. Una formazione economica, ma anche una grande passione per la cucina. “Stefano aveva questo amore, c’era nato dentro, era un’eredità di famiglia. E insieme abbiamo cominciato a girare l’Italia alla scoperta di prodotti e realtà che ancora erano sconosciute”.

Nel ’95 decidono di andare in Irlanda. “La chiave del successo spesso sono i tempi. Siamo arrivati in Irlanda prima del boom economico. Non c’erano ancora prodotti italiani disponibili e forse proprio per questo i pochi ristoranti che c’erano non riflettevano la qualità dei cibi italiani. I piatti erano interpretati male: pasta come colla, pollo con la panna, oppure tutto al sugo…un disastro. Noi abbiamo approfittato di questo gap nel mercato per creare il nostro business”. L’avamposto è stato un delicatessen, una sorta di tavola calda ma con prodotti di alta qualità. “La gente ha cominciato a venire da tutta Dublino. Trovava l’olio, i formaggi, il pesto”. Poi nel ’98 Eileen e Stefano aprono Dunne & Crescenzi. “La clientela in quegli anni era molto diversa da oggi. Era composta da persone anziane, che avevano avuto la possibilità di viaggiare, e di andare spesso al ristorante. Poi con l’arrivo di Ryanair e la politica dei viaggi low cost anche i più giovani hanno cominciato a viaggiare e sono diventati più esigenti. Non volevano solo mangiare, ma desideravano rivivere l’esperienza.  E così noi abbiamo lavorato in questa direzione, creando un locale accogliente e polifunzionale nell’offerta, dove venire non solo a cena, ma anche solo per un bicchiere di vino, o un aperitivo”. Poi sono arrivati gli altri ristoranti, per un totale di quattro brand diversi, allo scopo di differenziare l’offerta. Uno fra questi è l’elegante Nonna Valentina, nel quartiere chic di Portobello.eileenstefano

Ricapitoliamo i punti di forza della squadra. Attenzione maniacale nella selezione dei prodotti, scelti personalmente e importati dall’Italia, una filosofia che tiene conto della crisi e crea un’offerta ampia e alla portata di tutte le tasche, scelta di bravi manager, che gestiscano il rapporto ristorante clienti fornitori. E Poi? Naturalmente il personale di cucina e di sala. “Sono quasi tutti italiani. E giovani. Loro mi piacciono perché sono innovativi, molto formati e non hanno imparato da mamma. Vengono da scuole specializzate, hanno rispetto per la materia prima e propongono piatti nuovi”. Ho dato un’occhiata al menu di Dunne & Crescenzi, che spero di andare a provare presto in una sortita irlandese. La selezione di antipasti è un bell’omaggio alle nostre regioni e ai loro prodotti, dalla charcuterie alla selezione di formaggi. Poi ci sono le pasticciate di polenta tra cui io sceglierei quella con speck e Asiago, i taglieri di salamini abruzzesi, piccanti napoletani o ancora al Barolo. Ho trovato primi piatti non scontati ma sfiziosi, come i radiatori pancetta sedano e crema di gorgonzola, o il risotto zafferano pancetta e finocchietto selvatico. Ma ci sono anche minestre e golosi panini per pranzo. Un posto speciale è dedicato alla mozzarella, servita in tanti modi golosi – ad esempio con peperoni grigliati e basilico, o affumicata con lo speck. Mi è piaciuta anche la carta dei vini, che tocca tutto il territorio italiano e ha prezzi accessibili.eileen

Con undici ristoranti, un catering, la vendita diretta i Crescenzi fanno ancora progetti. Si, perché ora restano cauti per via della crisi, ma in futuro vogliono aprire a Londra e New York. Crescere insomma, ma sempre con lo stesso intento. “Noi cerchiamo di dare un’immagine corretta della gastronomia e della cucina italiane. E’ questa la sfida. E io sono orgogliosa di farlo. Ho studiato qui. L’Italia a me ha dato tanto  e sono contenta di ridarle indietro qualcosa”.

Vale la pena fermarsi qui, nel centro di Dublino, per un bicchiere di vino, o per uno spuntino – in barba a quelli che “io all’estero non mangio MAI italiano” – per essere accolti da questa solare padrona di casa e respirare il luogo, osservare i piatti, il calore dell’atmosfera, la galleria di persone che animano il locale. Per guardare a ciò che ci sembra ovvio e naturale da un’altra angolazione e scoprire come viene accolto e vissuto qui. Io non mancherò!

per visitare il primo degli undici ristoranti:
Dunne & CrescenziDand_C
14 – 16 South Frederick Street
Dublino
+353 (0) 1 6759892
Email: dunneandcrescenzi@hotmail.com
Web: www.dunneandcrescenzi.com
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16 Responses to mangiare italiano a Dublino: vi presento Eileen Dunne

  1. David scrive:

    Salve,
    dopo aver letto questo articolo ed avendo in programma un viaggio nella verde irlanda, ho voluto provare i ristoranti menzionati.
    Mi hanno informato che attualmente sono solo sette ristoranti. Ma con grande disappunto ho notato che il personale era quasi tutto italiano, ma est europeo (cuochi e direttori soprattutto!).
    Alla faccia del voler rendere omaggio agli italiani e alla loro cultura!

  2. Silvia scrive:

    Buongiorno David,
    circa un paio di settimane fa sono stata a Dublino e ho avuto il piacere di visitare i ristoranti della famiglia Crescenzi, parlare personalmente con i manager delle varie strutture, assaggiare i loro piatti e intervistare alcuni dei clienti. Premesso che quasi tutto il personale in sala e in cucina era composto da italiani, posso dire che ho trovato le altre persone estremamente professionali e perfettamente calate in quella che è la nostra filosofia di accoglienza del cliente. Gli chef li ho trovati bravi e creativi, ottimi interpreti della nostra cucina, sia quelli italiani (la maggior parte) sia quelli stranieri, come l’ottimo chef brasiliano di Dunne & Crescenzi. Se ancora pensiamo che fare buona cucina italiana sia solo frutto di dna e non di studio, ricerca e passione allora purtroppo c’è ancora tanta strada da fare.
    Infine attraverso i racconti sinceri dei clienti sui molti italiani che gravitano a Dublino e attraversano la città per un pasto o un aperitivo in uno dei ristoranti di casa Crescenzi, ho capito che questa famiglia è riconosciuta come un punto di riferimento nella valorizzazione della nostra cultura enogastronomica.
    Per me questo non è solo un omaggio alla nostra cucina, è una forma d’amore

  3. david scrive:

    Salve Silvia,
    Nella mia fortunata vita ho avuto modo di viaggiare in molte parti del mondo.
    In questo caso ho riferito la mia esperienza diretta e di come mi sono ritrovato a parlare italiano con persone che non lo capivano perchè polacche o comunque dell’est europa.
    Credo che il motivo di vanto della catena in questione sia quello dell’italianità. Cosa che non ho trovato e mi sono permesso di sottolinearlo.
    L’organico gestionale dei ristoranti era dominio non italico. Anche in cucina ho notato che parlavano una lingua slava (credo polacco) fra di loro.
    Francesi, cinesi, indiani sono orgogliosi delle loro idee, tradizioni e culture ed utilizzano solo personale provieniente dalle proprie terre. Non vedo perchè la nostra cultura ed il nostro onore siano rette da persone orgogliose di altre radici.
    L’italia si è molto battuta per far riconoscere l’originalità e la particolarità dei prodotti tipici italiani.
    Per fare i nostri prodotti non è sufficiente osservare e studiare. Tutte le persone che sono riunite nei consorzi per la tutela intendono proteggere proprio questo. Ecco perchè l’Italia ha chiesto (e ottenuto) all’Europa di intervenire su famosi casi di copiatura. Adesso il grana-padano e il parmigiano-reggiano sono formaggi solo italiani.
    Allo stesso modo i ristoranti italiani all’estero devono rispecchiare il vero ideale italiano e solamente con personale esclusivamente italiano.
    Durante la stessa vacanza ho provato anche ristoranti cinesi (solo cinesi in tutti i reparti), indiani (anche qui solo indiani) ed altri di genere misto. In uno di questi ho trovato un manager italiano. Mi ha raccontato che lavorava per quella catena di ristoranti italiani, ma è stato sostituito da un polacco perchè costava meno. Sul momento ho sorriso, ma tornato in albergo ho riflettuto con mia moglie su quello che ci era capitato.
    Da qui il mio interesse per far notare quella che a me è apparso come un grave difetto.
    L’Italia non è una bandiera che si tira fuori solo quando serve!

  4. Pina_Sozio Pina_Sozio scrive:

    Ciao David,
    non entro nel merito di Dunne&Crescenzi perchè non ci sono stata, però (opinione personale) io trovo sbagliato pensare che la cucina sia una questione di dna.
    Secondo me la parte più importante la fanno lo studio, la curiosità, l’umiltà, la conoscenza dei prodotti: come spieghiamo che in alcune grandi cucine di casa nostra (posso fare esempi all’infinito) executive chef, sous chef, capipartita sono stranieri?
    E poi, non so se ci ha pensato, io non credo che si trovino così facilmente italiani disposti a fare questo lavoro, soprattutto nei ruoli gregari.

    La cucina è una professione e si impara, dobbiamo uscire dalla concezione romantica della cucina italiana casalinga della nonna, se no non riusciremo mai a far considerare all’estero la nostra cucina una cosa seria, esportabile come quella francese o spagnola.
    Ripeto è la mia opinione, ma io apprezzo molto di più un tunisino che mi fa una carbonara perfetta (come all’Antico Forno Roscioli di Roma) piuttosto che la sciatteria di chi crede che basti parlare romanesco per fare un buon piatto di rigatoni.

  5. david scrive:

    È verissimo che non si tratta di dna, ma di rispetto delle tradizioni. Una persona che nasce in Italia da famiglie italiane vede ed impara dalle proprie famiglie a scegliere il prodotto giusto ed a come utilizzarlo fin da piccolo. Studi in scuole alberghiere italiane aiutano ad affinare queste conoscenze e capacità. Immessi nel mondo del lavoro vogliono migliorarsi ed incrementare queste nozioni.
    O vorresti dirmi che tutti quelli che percorrono percorsi come questi siano solamente degli stolti?
    Come è giusto che si ricerchino le persone più capaci.
    Non credo che le scuole professionali italiane sfornino incapaci.
    È anche giusto che vengano pagate per quello che valgono.
    Favorire l’accontentarsi a fronte di un costo minore non ha niente di prezioso.
    Sono molti gli italiani nel mondo alla ricerca di un lavoro onesto e ben retribuito, quindi la mia riflessione era quella di utilizzare la nostra conoscenza anzichè di farla utilizzare ad altri solo perchè costano meno.
    Come anche la scintilla che mi ha fatto scaturire la riflessione (un responsabile di sala italiano che aveva lavorato per la catena italiana in questione e che poi si è trovato a dover lavorare in ristoranti non italiani perchè in questa ditta preferivano utilizzare chi chiedeva meno) non dobbiamo cercare di aiutare i propri connazionali anche in terra straniera?
    Ci lamentiamo sempre della fuga di menti dalla nostra italia, ma direi che questa condizione continua anche al difuori di quelli che sono i confini di stato.
    Direi piuttosto che gli italiani non sono interessati ad avere persone italiane capaci che lavorino per loro. Ovunque essi si trovino.
    Ma che queste persone si vadano vantandosi di cose non sincere, mi ferisce. Parlo da italiano.

  6. Pina_Sozio Pina_Sozio scrive:

    Ciao David, io credo che così però sconfiniamo in un altro argomento.

    Il lavoro sottopagato non è l’argomento di questo post, nè del mio commento. E’ naturale che io la pensi come te sulla questione. E non vorrei giungere a facili conclusioni sulle modalità lavorative della catena Dunne&Crescenzi perchè non le conosco, e non penso nemmeno che ci si possa basare sul racconto di una persona incontrata in un ristorante per dare dei giudizi così severi sulla gestione del personale.

    Riguardo a quanto da me scritto nel mio precedente commento, io non penso che il rispetto delle tradizioni vada di pari passo con l’essere nato in un posto.
    Conosco personalmente stranieri che vivono in Italia da ormai 15 anni e con studio e passione riescono a fare in cucina molto meglio di chi crede che, appunto, basti aver avuto una nonna che cucinava bene per onorare la tradizione.

    Secondo me, nati o no in Italia, nessuno può prescindere da una profonda conoscenza dei nostri territori, studio delle tradizioni popolari, della filiera e degli ingredienti, oltre che delle ricette.

    Certo che chi frequenta la scuola alberghiera fa bene e va premiato, ma va premiato solo se si impegna realmente per onorare cucina e cliente e non chi cerca facili scorciatoie per guadagnare. La formazione però va migliorata anche lì: non si può imparare a cuocere una brasato a scuola e poi non saper parlare bene l’italiano (se dico anche l’inglese, esagero?)e non conoscere la geografia dei nostri territori e la storia della nostra gastronomia.
    E questo, ahimè, non si apprende pr via genetica, ma per studio.

  7. david scrive:

    Non era nemmeno mia intenzione esprimere giudizi esclusivamente basati su informazioni ricevute da una persona in un ristorante.
    Ritengo che ci siano molti italiani bravi a lavorare nei ristoranti (cucina, ricevimento, sala, direzione). Ritengo anche che sono molti gli italiani che vivono in Irlanda. Basandosi su queste solide basi, va da sè che se in un ristorante italiano all’estero non trovo solo personale italiano ben poco c’entra lo studio delle materie prime o il loro utilizzo. È più probabile che la ragione economica sia alla base delle scelte del direttivo.
    Non ho mai visto in un ristorante francese personale non francese. La stessa cosa dicasi per quelli cinesi e per gli indiani.
    Le frasi riportate nell’articolo alla luce di questi fatti mi appaiono molto come pura demagogia.
    Questa era la mia impressione ricevuta a Dublino ed espressa nel mio post.

  8. Silvia scrive:

    buonasera David,.
    Non capisco bene il punto della questione che sta
    portando avanti.
    L’interpretazione corretta di una cucina e di un certo modo di fare ristorazione non è appannaggio di una enclave legata per nascita ad un luogo, e neanche il buon servizio in sala. Quello che si cerca di trasferire è un messaggio, un’esperienza che possa rappresentare in maniera sincera una cultura. In questo c’entra e come lo studio, la ricerca e un sapiente utilizzo delle materie prime. Tutti sforzi che questa proprietà porta avanti con passione. I risultati si vedono nel piatto e non penso che una parte del personale proveniente dall’est Europa possa svilirli. Asserire che la scelta verta verso un certo personale per ragioni economiche mi sembra un modo malizioso di giudicare il lavoro altrui su basi incerte. E’ un’analisi anche importante la sua, che andrebbe fatta dati alla mano, ma in questa maniera forse rischiamo di cadere in luoghi comuni che poco hanno a che vedere con un interesse verso un piatto o una cultura gastronomica. Se il suo desiderio è tale la metterò con piacere in contatto con la famiglia Crescenzi che potrà rispondere a tutti i suoi quesiti

  9. david scrive:

    Salve,
    Come può dirmi che non riesce a capire qual’è il punto della questione che sto portando avanti?
    L’ho già ribadito tre volte e molto chiaramente.
    È anche un concetto di estrema attualità.
    Infatti Coldiretti e il Parlamento Europeo sembrano d’accordo con il mio filo di pensiero.
    Valorizzare il vero “made in Italy” e la “cultura italiana” nel mondo significa proprio questo.
    O non riusciamo a capire nemmeno questo?

  10. Silvia scrive:

    Valorizzare la cultura italiana non è questione di sangue.
    Tutti possono avere accesso a una cultura se la abbracciano con rispetto e cognizione del valore che ha. Le ricordo che i primi a svilirla sono spesso i ristoratori italiani che hanno invaso il centro di Roma – le porto questo esempio perché è la mia città – con offerte gastronomiche preriscaldate e di scarsa qualità solo per fregare i turisti

  11. david scrive:

    I “riscaldatori” del suo riferimento non credo che avranno mai menzioni in nessun luogo perchè non rispettosi della cultura e vogliosi solo di aumentare il proprio guadagno anche a dispetto del buon nome nazionale.
    Nell’attuale contesto mondiale dove tutto può essere copiato e riprodotto, la vera differenza emerge solo dal riportare in auge le origini e nel valorizzarne l’originalità e l’attualità nella sua purezza. Motivi di orgoglio italiano.

  12. Silvia scrive:

    La cultura non ha nulla a che vedere con la purezza. E’ miscellanea per eccellenza, scambio osmotico di tradizioni. Come il nostro paese che nei secoli si è arricchito di mille influenze, quella greca, araba, normanna e via dicendo. E’ questo a renderlo speciale. Chiunque abbraccia questo messaggio è ben accetto. Sia esso di Roma, Milano e Tunisi.
    Buon proseguimento David

  13. david scrive:

    Tanto per farle capire quanto sbaglia sulla nostra cultura e sul doverla difendere, vorrei ricordarle alcuni episodi ed elencarle alcuni link molto attuali:

    http://www.tuttoconsumatori.it/archivio/2008/04/made_in_italy_c.shtml
    http://www.olio-extra-vergine.it/oliva/news/commercio/Olio-contraffatto/

    che purtoppo non si limitano al solo campo alimentare…:

    http://ilrestodelcarlino.ilsole24ore.com/ancona/cronaca/2010/05/15/332287-made_italy_contraffatto.shtml
    http://temporeale.libero.it/libero/fdg/3820921.html

    o addirittura…:

    http://proprietaintellettuale.blogosfere.it/2010/01/eros-ramazzotti-contraffatto-a-lubiana.html

    Ora le dico una cosa…
    Si mescoli pure con tuti i fatti sopra esposti e che avvengono ogni settimana in giro per il mondo!
    Io preferisco scegliere la purezza e difendere gli ideali che hanno reso grande la mia Italia e che in tutto il mondo cercano continuamente di copiare.
    Anche l’azienda da lei menzionata si fa pregio di voler rappreentare l’Italia in terra straniera, ma in realtà specula solamente sul buon nome che vuole usare!
    Rimanga pure piacevolmente remunerata per l’articolo da lei fatto, ma si vergognidi quello che rappresenta!
    Distinti saluti da un Italiano.

  14. Silvia scrive:

    caro amico,
    grazie mille per gli articoli da lei linkati. La situazione che lei espone e’ di grande interesse, ma non ha molto a che vedere con la realta’ di cui parlo e che ho toccato con mano. Le ricordo inoltre che questo e’ un blog e quindi nessuno viene remunerato per ciò che scrive. E’ semplicemente uno spazio dove 4 persone appassionate scrivono la loro opinione, senza alcuna pretesa se non la voglia di raccontare una realtà che abbiamo visto con i nostri occhi e ci piace far conoscere al pubblico della rete.
    Lei resti pure della sua opinione, che io posso non condividere ma rispetto, senza il bisogno per questo di diventare offensivo parlando di cose che francamente hanno poco a vedere con questo spazio per gastroappassionati

  15. Great site. A lot of useful information here. I’m sending it to some friends!

  16. Michele Strada scrive:

    Di italiano c’è poco o nulla in irlanda. Io ci vado spesso e sinceramente ho notato che nei ristoranti di dunne e creacenzi dell’italia nn ho trovato traccia. Il cibo italiano è cultura culinaria che solo un’italiano con una grande passione può avere. Spesso i ristoratori italiani oltre paese perdono quell’essenza del vero cuoco italiano. Molte volte si va’dietro a scelte economiche o gusti indecenti. ( esempio pizza con panna o pasta.) Vere schifezze!

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