Le facce della Terra

by • 31 ottobre 2010 • alimentazioneComments (0)3219

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“Il merito di Slow Food e di Terra Madre è averci fatto scoprire che non esistono solo i territori italiani ed europei, ma che c’è un mondo fatto di territori che neanche immaginavamo“. E’ infuocata Claudia Ranaboldo mentre parla. Italiana emigrata in Perù, ricercatrice del RimispCentro Latinoamericano para el Desarrollo Rural, chiamata a discutere di territori e identità durante una delle conferenze del Salone del Gusto 2010, non può fare a meno di parlare della recente storia latinoamericana. La costruzione dell’identità, troppo spesso da noi trasformata in un avvilente concetto di separazione dall’altro, dal diverso, nell’America Latina è avvenuta e sta avvenendo (spesso con processi molto dolorosi) con la ricostruzione di sè in rapporto con l’altro. “E’ il concetto di mestizaje che rende forte quel continente”, dice la Ramaboldi, che continua raccontando come il Perù sia l’unico paese al mondo in cui si sia puntato sulla valorizzazione della gastronomia come processo di riscatto sociale. A conferma basta citare Ferran Adrià, che sostiene che in Perù si stia sviluppando  il movimento culinario più importante del mondo.

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Sono partita dalle parole di Claudia Ramaboldo per parlare di Terra Madre perchè ha sintetizzato benissimo il fiume di emozioni e riflessioni che assale all’ingresso del padiglione riservato alle comunità del cibo: “Venire qui significa incontrare persone che stanno scommettendo su un cambiamento“.

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Qualcuno ha definito Terra Madre l’Onu dell’agricoltura, immagine suggestiva, certo, se si pensa alle decine di etnie, costumi, culture diverse che si incrociano in questa rete mondiale. Paragone riduttivo se invece si pensa all’immobilismo delle Nazioni Unite, all’incapacità di avviare azioni concrete sui temi caldi del nostro tempo. A Terra Madre invece la concretezza appare la cifra più emozionante: io le ho viste le mani dei contadini, solcate dalla fatica di una vita (le riconosco, sono come quelle di mia nonna), le ho viste infuocarsi in applausi che scuotevano i corpi quando si parlava di dignità dei produttori o quando ci si poneva la domanda: “A chi appartengono i semi?”. E qui, provateci a difendere gli ogm voi paladini della scienza di fronte a persone che vengono perseguitate dagli ispettori della Monsanto perchè non devono avere la libertà di ripiantare i semi prodotti dai loro raccolti.

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Concretezza dicevo: provate a dare un’occhiata al progetto “mille orti in Africa“, nato per realizzare orti in tutte le comunità di Terra Madre presenti nel continente nero. Io scommetto che diventerà una grande realtà.

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E poi ci sono i giovani di Terra Madre. Sono coraggiosi, divertiti, informati, colti. Tutti diversi, non indossano leggins neri o le galosce che dilagano  nelle “via del corso” di tutto il mondo. Sono differenti nella pelle, nell’acconciatura, nell’abito, nella cultura: non ci stanno a farsi livellare nel piattume in cui il marketing vorrebbe confinarli, per rendersi più facile la vita. Questi però un tratto in comune ce l’hanno: stanno scommettendo sul futuro, un futuro che riguarda da vicino loro e i loro figli. Meno male: sono loro gli artigiani, gli agricoltori, i cuochi che verranno e non intendono delegare i propri diritti a nessuno. La rete, il concetto di comunità è la loro forza. Oggi c’è il web e chi sa sfruttarlo ha fatto già un bel passo avanti. Hanno creato il progetto eat-in: un’altra via per far si che il cibo buono, pulito e giusto sia un diritto di tutti, anche dei giovani precari e low-budget.

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