L’Italia e il bere miscelato

by • 28 marzo 2014 • mixologyComments (0)30449

Fino a qualche anno fa si contavano sulle dita di una mano i locali in cui poter ordinare cocktail di alta scuola nel nostro paese. Per carità, resistono ancora e sono la maggior parte le varie cocktelerie, shottinerie, drinkerie, dove i mojito sono fatti con la limonata, gli spritz sono a base di vino acido e si sprecano succhi di frutta pieni di zuccheri e coloranti. Qui, però, parliamo di mixology, l’arte di miscelare un cocktail: se confondete le due cose, stiamo partendo col piede sbagliato.

cocktail_sips bar

Milano è stata per l’Italia la città che si è destreggiata meglio nel deserto, con bar che da anni sublimano l’arte del bere miscelato. Uno su tutti il Nottingham Forest, molecular bar, uno dei migliori al mondo secondo il Financial Times. A utilizzare le tecniche della gastronomia molecolare nei suoi drink è Dario Comini, vero caposcuola nel settore. Sui mondani Navigli, altra certezza per gli appassionati è il Rita, l’american bar che propone cocktail creativi, con una carta in perenne movimento. Luoghi da non sottovalutare in materia sono i grandi alberghi: il Bar del Bulgari Hotel, ma anche il Park Bar del Park Hyatt: belle materie prime, rispetto per la stagionalità, omaggio ai classici.
Di hotel in hotel, a Roma, lo Stravinskij Bar dell’Hotel de Russie è una garanzia di stile e tecnica. Da poco ha lasciato il team dell’Hotel il Bar Manager Massimo D’Addezio, che ha aperto un proprio cocktail bar nel quartiere Pigneto: si chiama Co.So. (via Braccio da Montone, 80) ed è diventato in breve tempo uno dei santuari degli appassionati di mixology. Qui signature drink, come il Carbonara sour, ma anche classici, come il Cosmopolitan, riportano il bere a una grande esperienza.

cosmopolitan_co.so.
Altra apertura abbastanza recente è la Stazione di Posta nella Città dell’Altra Economia di Testaccio: qui il valido settore cocktail, gestito da Luigi Di Cioccio (testate il suo Americano chinato) è stato avviato dal mixologist Emanuele Broccatelli, ora attivo al Bar del Majestic Hotel di via Veneto. Sempre nel fermento degli ultimi anni, Roma ha visto aprire il portone del Jerry Thomas Project: un locale in pieno stile speakeasy che rende omaggio all’era del proibizionismo americano con drink di culto e parole d’ordine all’ingresso. Nel 2013 è nato anche il Misceliamo del First Luxury Art Hotel: Patrizio Boschetto è l’anima del super cocktail bar che guarda Roma dall’alto.
Il mondo dei cocktail ha un fascino aggiunto anche perché spesso l’invenzione di una particolare ricetta è legata a un luogo, a un personaggio, a una storia. Hemingway, per esempio, è legato a Cuba, al Mojito, al Daiquiri, ma anche all’Harry’s Bar, tempio internazionale di Venezia: qui il leggendario Giuseppe Cipriani ha inventato il Bellini, a base di prosecco e polpa e succo di pesca bianca veronese, uno dei drink più noti della lista ufficiale IBA.
Gli appassionati del Negroni, non possono perdere a Firenze il Negroni Florence Bar, dedicato al celebre cocktail nato in città e ideato dal conte Camillo Negroni (1/3 vermouth rosso, 1/3 gin e 1/3 Bitter Campari) che nel 1919 ebbe il guizzo di aggiungere il gin all’Americano. Nel capoluogo fiorentino, una bella sorpresa degli ultimi tempi in questione di drink è il Rivalta Cafè: a dirigere gli shaker qui c’è Rachele Giglioni, mixologist già premiata in alcune competizioni.

manuel wouters

Manuel Wouters al Sips Bar (Anversa)

Una volta assaggiato un cocktail a regola d’arte, non si torna più indietro, quindi diventerete pretenziosi. Andando in giro per l’Europa, senza spingersi troppo lontano, non bisogna perdere una tappa fondamentale ad Anversa, il Sips Bar di Manuel Wouters, un maestro del genere. Per i suoi drink Wouters utilizza succhi e infusi spesso preparati in casa, liquori e distillati di alta gamma: a questo va associato un talento creativo indiscutibile. Non è un caso che Wouters fornisca la sua consulenza a molti ristoranti stellati dell’area.
Per una specificità, il Gin Tonic, invece bisogna andare in Spagna, precisamente a Donostia/San Sebastian, nei Paesi Baschi. La città, conosciuta per la sua ricchezza gastronomica, è anche il regno del Gin Tonic: assaggiatene uno al Dickens, pluripremiato cocktail bar del centro, e cambierete immediatamente il vostro pensiero su questo drink. Ogni anno qui, contestualmente al congresso culinario Gastronomika, si tiene anche un concorso sull’argomento.
Londra ne ha da raccontare sul tema: ci riferiamo a un luogo simbolo, il bar senza nome di Tony Conigliaro (69 Colebrooke Row), uno dei santuari della scienza del bere miscelato (se vi introducete nell’ambiente, magari vi capiterà la fortuna di visitare il laboratorio nel sotterraneo).

NOTE A MARGINE:
Volete avere un’idea di quanto serio sia questo mondo? Visitate il sito dell’IBA, l’International Bartenders Association, con informazioni su corsi e sulle tipologie di cocktail, dai classici ai “new era”. E se siete curiosi di scoprire i luoghi del mondo dove poter bere bene, il sito dei World’s Best Bars potrà sicuramente aiutarvi.
Riguardo alla terminologia:
American Bar: struttura di bar business, sviluppata negli States, che si basa su tre regole fondamentali: 1.fare un buon drink; 2. fare un buon drink velocemente; 3. interagire con il cliente.
- Flair bartending (o semplicemente flair): insieme delle tecniche acrobatiche utilizzate nella preparazione di cocktail. Pare che il primo ad utilizzare queste pratiche sia stato a metà ’800 il “professore” statunitense Jerry Thomas (suo il Manuale del vero gaudente, da avere).

Dalla patria del bere miscelato, l’America, ecco alcune suggestioni linguistiche: qual è la differenza fra un bartender e un mixologist?

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