Le Caniette: vignaioli da quattro generazioni

by • 7 novembre 2014 • news, Prodotti, VinoComments (1)407

Terra di rossi. Ma anche di bianchi profumati e corposi. Questo è il riassunto del Piceno enologico, territorio a sud delle Marche, nell’intorno di Ascoli, incastonato tra le brezza del mare Adriatico e il freddo degli Appennini. Qui, e precisamente a Ripatransone, da quattro generazioni affondano le radici delle vigne della famiglia Vagnoni. Dal primo impianto di filari di vigna nel 1940, alle conversione alle bottiglie del 1990, oggi Le Caniette sono una delle cantine di riferimento per i marchigiani (e non solo) che amano bere bene, con numeri importanti anche nel mercato estero. Venti ettari vitati, una produzione biologica certificata e un triangolo di terra particolarmente vocato.

le caniette

i fratelli Gino e Giovanni Vagnoni

la vigna del Pecorino che guarda il mare

la vigna del pecorino e le colline di Ripatransone

Gino e Giovanni sono dei bravi vignaioli moderni, consapevoli che la cura della terra e il rispetto della vocazione del terroir sono il primo passo verso un ottimo vino, ma con un occhio sempre attento all’innovazione e al progresso tecnologico. Da qui la scelta di utilizzare la catena del freddo per la lavorazione dei vini bianchi: l’Offida Pecorino Veronica (ultimo nato in casa Le Caniette) ne è un ottimo esempio con un naso profumatissimo di frutti tropicali, mandorla verde e una salinità ben riconoscibile. Da un’espressione di pecorino di ultima generazione, alla complessità di uno dei pilastri dell’azienda: “Io sono Gaia”, un vino ottenuto da un cru di mezzo ettaro, dorato dalla dolcezza del legno e con un nerbo acido che gli permette di invecchiare a lungo.

barriccaia_caniette

Barriccaia

“L’altezza, il terreno molto fresco e non ben esposto sono le condizioni ideali per il nostro pecorino. La zona di Ripatransone ha un microclima differente rispetto agli altri comuni della DOCG: la meteorologia ci dà una mano a garantire il 98% di sanità delle uve”. A parlare, Giovanni, sempre pronto ad accogliere i suoi ospiti nella bella veranda vetrata con vista sui vigneti e, non da meno, sul mare. E mentre conversiamo godiamo della complessità del Cinabro, un rosso magnetico, con echi francesi e profumi mediterranei ottenuto da uve bordò: clone di grenache naturalizzato marchigiano, riscoperto e reimpiantato da alcuni anni. Giovanni ci spiega come l’esperienza del padre Raffaele, “un uomo che ha masticato la terra”, sia stata fondamentale per la cantina, dalla scelta della giacitura migliore, all’individuazione delle rese ideali per tirare fuori da ogni filare il massimo del sapore. “Ad esempio, per il pecorino le rese troppo basse non vanno bene. Noi siamo partiti da 50 quintali per ettaro e da lì a crescere fino a 90…. Su indicazione perentoria di mio padre: sta vigna deve fà ll’uva”. A Raffaele, venuto a mancare lo scorso inverno, ci piace dedicare idealmente il primo 3 bicchieri Gambero Rosso delle Caniette, arrivato proprio quest’anno (2014). Il merito è del Rosso Piceno Morellone 2008, un vino che negli ultimi sei anni è cambiato molto. Da vino concentrato e carico, caratteristica intrinseca nel suo uvaggio di montepulciano e sangiovese, è andato sempre più verso la piacevolezza dello stile. “Abbiamo ottenuto questo risultato lavorando con meno macerazioni e rimontaggi, mantenendo le temperature di lavorazione più basse e sempre controllate. E ancora lunghi affinamenti in barrique e poi in cemento. Il Morellone 2008 è stato ottenuto da coacervo, cioè come blend di annate più giovani con annate più vecchie cariche della dolcezza di un vino affinato. Queste operazioni ci hanno permesso di ottenere un frutto maggiore, intenso ma mai eccessivo”. Eleganza, carattere e instancabile ricerca firmano lo stile di questa cantina che, tra le prime, ha creduto nelle potenzialità di un territorio che in questi ultimi anni sembra deciso a spiccare il volo.

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