Il buono, il brutto e le cattive abitudini alimentari

by • 3 marzo 2015 • cibo e cultura, newsComments (1)2768

Gente bonita come fruta feia“, come a dire “la bella gente mangia frutta brutta”: può sembrare uno slogan (portoghese) da radical chic e invece è uno dei fondamenti della cultura alimentare. Chi ha avuto origini contadine sa che, facendo la spesa, deve diffidare dei frutti perfetti, perché spesso sono trattati, sbiancati, lucidati con cere, per apparire più desiderabili sui banchi, ma anche semplicemente perché la selezione di pomi belli, con pezzature standard, fa parte di un sistema malato, introdotto dalla GDO, per cui vengono scartati dal mercato (e quindi sono invendibili per l’agricoltore) frutti troppo piccoli, con macchie naturali, magari derivate dal sole o dalla grandine, insomma, con difetti visivi che non sono altro che la natura stessa.

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In tempi in cui la riduzione degli sprechi nel cibo sembra essere la parola d’ordine (i dati sono impressionanti in materia), una piccola cooperativa portoghese ha attuato un sistema a dir poco rivoluzionario. Fruta Feia il nome di questo progetto, che intende invertire la tendenza mondiale a trasformare in rifuti frutta e verdura che non hanno nessun difetto di sicurezza e qualità alimentare. La cooperativa ha creato un mercato alternativo di frutti brutti, che si propone di trasformare gli standard di consumo. La modalità è semplice: Fruta Feia vende ciò che intermediari e distributori scartano per estetica, una fine che, secondo i dati diffusi dall’azienda (che coincidono con quelli della Fao) tocca circa al 30% dei prodotti agricoli europei. Un mercato in grado di generare valore per gli agricoltori e per i consumatori, quindi, combattendo lo spreco in tutte le sue forme, dal campo al banco.
Al Parabere Forum, un evento che, nei giorni scorsi, ha portato a Bilbao, nei Paesi Baschi, esperienze di attivismo e impresa femminili da tutto il mondo, per sviluppare la gastronomia attraverso gli occhi delle donne, la leader di Fruta Feia, Isabel Soares ha presentato al pubblico internazionale questo progetto, dopo aver già partecipato, in agosto, al Mad Symposium di René Redzepi a Copenhagen. I numeri della cooperativa parlano di 41 tonnellate di cibo perfettamente buono da mangiare, salvato dalle discariche, in circa un anno di attività. Che la lezione si diffonda.

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One Response to Il buono, il brutto e le cattive abitudini alimentari

  1. Leo scrive:

    A mio parere la cosa più importante sarebbe consumare cibo delle terre italiane e non molto commerciale ed industriale acquistabile anche on line.. Qualcosa del genere l’ho trovato su http://www.southinitaly.com

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