Attenti al… luppolo italiano

by • 15 novembre 2015 • Birra, news, Tendenze culinarieComments (1)1661

Scomparso dai manuali di agraria, relegato a crescere selvatico nei fossi, il luppolo italiano non ha goduto di buona sorte negli ultimi cento anni. C’è voluto il successo dirompente delle birre artigianali per rimetterlo, letteralmente, in campo. Ma la strada per arrivare a una varietà registrata di luppolo made in Italy, adatto alla produzione di birra, è ancora lunga.

Storicamente la nostra penisola ha sempre ospitato coltivazioni di luppolo. Il centro nord Italia rientra nelle aree climatiche giuste per la coltivazione, alla questione di latitudine si aggiunga l’amore del luppolo per l’umidità e per i terreni ben drenati. A testimonianza della nostra vocazione come paese produttore ci sono i manuali di agrari dei primi del ‘900 che riportano schede dettagliate sulla coltivazione di questa pianta. Fino a inizio secolo il luppolo veniva usato in erboristeria per le proprietà rilassanti, nella cosmesi e come imbottitura (rilassante) di cuscini per alleviare l’insonnia. In Emilia Romagna le ultime testimonianze del raccolto del luppolo risalgono al 1920, come spiga Eugenio Pellicciari, giornalista e agronomo impegnato nella ricerca dell’Università di Parma, “Luppolo Autoctono di Marano sul Panaro” finalizzata a sperimentare 80 genotipi di luppolo nazionale per verificarne qualità e andamento nel tempo, al fine di selezionare le piante migliori per la produzione di birra.

luppolo italiano

Il noppolo di Birrificio del Forte

 

Ma quali sono le caratteristiche che un luppolo deve avere per essere considerato di qualità? La prima è il livello di alfa e beta acidi contenuti nel fiore; queste resine sono le responsabili dell’amaro della birra, essenziale per bilanciare la morbidezza dei malti e creare un prodotto armonico. A questi composti è legata anche la componente aromatica di spezie, frutti o erba che tanto ci piace nelle Ipa (e nelle Apa) di ultima generazione. Al mondo esistono molte tipologie di luppolo, ognuna con le proprie caratteristiche, sta poi al mastro birraio saper creare il giusto mix. Anche l’Italia sta cercando la propria strada, a partire, però da varietà europee (casacde in prima linea) che vengono impiantate nei tanti luppoleti sperimentali della penisola.

Tra i primi a lavorare in questo senso, Francesco Mancini del Birrificio del Forte di Pietrasanta (Lc) che dal 2011 produce la della Fior di Noppolo, birra stagionale prodotta da con luppolo in fiore autoprodotto. Anche Teo Musso, con la sua Nazionale, sta lavorando a una birra con materie prime del tutto italiane, dal malto al luppolo. Poi ci sono le sperimentazioni di Toccalmatto (con un’edizione speciale di ReHop), di Birrificio Pontino e di Birra Gjulia (birrificio agricolo che affianca la ricerca CRISTA dell’Università di Udine per una filiera chiusa della birra). La volontà di volere creare un luppolo italiano c’è, ma l’agricoltura richiede tempo per l’adattamento e per la raccolta analitica dei dati: sono necessari almeno otto anni di osservazione prima di poter avere risultati significativi e capire se il nostro paese potrà esprime anche nel luppolo una vera vocazione.

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One Response to Attenti al… luppolo italiano

  1. riccardo vanini scrive:

    Stiamo studiando la costruzione di una macchina per la gestione degli impianti e della raccolta del luppolo vorrei poterne discutere con lei se mi da dei riferimenti come poterla contattare.

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