Quando il problema è nella narrazione del cibo

by • 11 marzo 2016 • opinioniComments (2)77

coltelliI congressi culinari sono utili? Oh, si che lo sono, senza alcun dubbio. I cuochi hanno ancora qualcosa da dire, soprattutto quelli che i palchi li calcano poco. E i maestri, quelli non smetteresti mai di ascoltarli. Le loro lezioni valgono oro sia per i giovani colleghi, sia per chi ruota intorno alla ristorazione, dagli artigiani ai giornalisti. Le perplessità sono, casomai, riguardo allo showbiz – ne ha parlato già Marco Bolasco qui – ma la mondanità che ha ormai travolto il settore è un male necessario, che poco attrae chi della parte educativa dei congressi è innamorato e molto attira, invece, chi i congressi li frequenta per la sezione espositiva.
Tutto il mondo è paese, in questo caso, le pubbliche relazioni sono il pilastro fondante del successo degli eventi gastronomici urbi et orbi.
E allora perché ci ritroviamo a fare questa (ovvia) riflessione dopo Identità Golose? Perché in patria è più semplice rendersi conto che il problema dei congressi, oggi, è il loro racconto. Nonostante il fiume di dirette, i resoconti e i live blogging che molti siti producono, pochi sono i testi in cui si comprende concretamente quali sono i passi in avanti fatti nel settore, quali le scuole di pensiero espresse, se ci sono avanzamenti tecnici oppure no. La preponderante attività social fatta di foto, tag e hashtag riduce al limite il numero di parole dedicate all’argomento (per noia, tempo, disinteresse?), ma è il potente mezzo per marcare il territorio: equivale a un “io c’ero e questo conta”.
Per chi non è stato a Milano quest’anno, Identità Golose 2016 ha avuto le sembianze di un lungo red carpet intervallato dall’amatriciana cotta in pentola a pressione di Scabin e dall’eleganza di Niko Romito. Tutto condito da una carica emotiva da salotto televisivo, che poco, o nulla, avrebbe a che fare con un congresso professionale.
Eh si, ricordiamolo: Identità Golose è un evento per professionisti della ristorazione, del cibo, dell’enogastronomia. Si tiene in giorni lavorativi, a parte la domenica, proprio per questo.
Perché, allora, ogni discorso dal palco viene interpretato come uno spettacolo di atmosfere commosse ed emozioni palpabili? Perché la lettura che ne diamo è gonfia della retorica del pathos? La ghettizzazione del mondo gastronomico potrebbe avere in questa componente una delle sue zavorre.
I greci distinguevano in maniera netta il pathos dal logos, dando al primo il ruolo dell’irrazionalità nell’animo umano, mentre il secondo, tradotto solo per semplificazione come “parola” o “discorso”, era il fondamento dell’umanità stessa, quella componente che differenzia l’uomo da tutti gli altri animali.
Come possiamo pretendere che la cucina d’autore venga inserita in programmi di sostegno pubblico o diventare nodo della cultura alimentare di una nazione se noi, i suoi narratori, la confiniamo nel campo dell’irrazionalità, come uno spettacolino di quart’ordine?
Si fa un gran parlare di gastronomia al femminile e, pur a ridosso dell’8 marzo, i nostri media hanno ignorato completamente – a parte Licia Granello su Repubblica, che era anche tra le relatrici -  il Parabere Forum, evento dedicato al ruolo delle donne nel cibo, che si tenuto a Bari negli stessi giorni di IG: lì non c’erano live blogging o social writer, pochi selfie da fare, ma tanta sostanza da raccontare sì. Un’altra occasione mancata.
Le responsabilità sono chiare, sono nostre, dei comunicatori – per uscire dalla diatriba blogger/giornalisti – e ci piacerebbe che fossero discusse in consessi pubblici, dedicati all’enogastronomia e, perché no, al giornalismo in generale. Sarebbe bello parlare di deontologia e di dovere di informare in questo settore, ad esempio, al Festival di Perugia (lanciamo l’amo). I meno attenti risponderanno che il cibo è già in sovraesposizione mediatica da tempo, ma, a ben vedere, a inondarci sono quasi esclusivamente ricette, quindi entertainment. E il racconto della cultura alimentare, dei progressi tecnici, delle professionalità dove lo releghiamo?
Saremmo curiosi di sapere quanti in Italia vedranno Cooked, la serie di documentari che Netflix ha realizzato con Michael Pollan, tanto per dirne una. Tanto per sapere quanti, per una volta, godranno della narrazione del cibo come metafora dell’evoluzione umana e non come placement commerciale di questo o quel marchio di pasta o pentole.

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2 Responses to Quando il problema è nella narrazione del cibo

  1. formalibera scrive:

    I congressi sono momenti preziosi dove si condivide la teoria e in alcuni casi la pratica di una categoria di professionisti. Tali dovrebbero essere e funzionano nella misura in cui la professionalitá di chi compone il panel é pari alla professionalitá di chi sta sul palco e di chi siede in auditorium. a un congresso si va ad ascoltare, a riflettere, a condividere ma soprattutto a lavorare per portare a casa tante esperienze ed idee che aiutino a crescere. La narrazione quindi diventa piú che necessaria non tanto in termini di cronaca – che come abbiamo visto presto scade nel presenzialismo – ma di riflessione a posteriori, per dare un naturale tempo di sedimentazione ai tanti contenuti esposti.

  2. Pina_Sozio Pina_Sozio scrive:

    soprattutto “chi siede in auditorium” deve crescere, grazie Angela, ottimo spunto

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